Quale mondo vogliamo abitare finita l’emergenza?

Quale mondo vogliamo abitare finita l’emergenza?

Riflessioni di una freelance dalla zona rossa d’Europa.

Fuga di notizie e di bozze di decreti. Panico. Assalti ai supermercati. Carceri in subbuglio. Borse KO. Assalto ai treni per “ripararsi” al Meridione. Rischio contagi al Sud. Ordinanze regionali. Quarantena al Nord. Emergenza posti in terapia intensiva al Nord Italia. L’Italia in quarantena. Questa volta come usciremo dalla crisi?

In questi giorni è impossibile scappare dal Coronavirus, non esiste possibilità che l’argomento non sia citato. Anche quando si sceglie giustamente di distaccarsi per provare a costruire una nuova normalità e si spegne ogni fonte di informazioni (dai social alla tv) qualcuno chiamerà per parlarne perché questa situazione ha un impatto notevole su qualsiasi aspetto della nostra vita. Se abiti al Nord e provieni dal Sud Italia le probabilità di essere contattati per parlare del trend topic si moltiplicano.

Uscire dalla crisi: ma questa che crisi è? Ancora non possiamo saperlo e, forse, la domanda più importante da porsi è “come vogliamo uscire da questa crisi?”

 

Quale mondo vogliamo abitare finita l’emergenza?

Quando si parla di crisi spesso si fa riferimento all’etimologia del termine per ricordarci che quando questa arriva deve entrare in azione la scelta. Crisi deriva dal greco κρίσις che significa “separare” ed era riferito all’attività di trebbiatura, quando la granella di frumento veniva separata dalla paglia e della pula (l’involucro del cereale) [1]. Se prestiamo attenzione invece al termine cinese wēijī (危機) questo è composto da due ideogrammi: pericolo + momento cruciale. Si potrebbe, dunque, interpretare la crisi come quel momento di pericolo (come il virus che cresce di giorno in giorno e con sé porta shock economico-finanziario) che richiede la decisione, la valutazione e la scelta perché il momento è cruciale per ciò decideremo di “selezionare” per il futuro.

Non sempre ciò che si decide di mantenere dopo una crisi è qualcosa che andrà a migliorare la vita dei popoli.

A volte il nuovo sistema che decidiamo di adottare potrebbe essere il germe di una nuova crisi.

No alt text provided for this image

 

Se pensiamo alla crisi del 2008, quella scoppiata dalla bolla dei mutui sub-prime e arrivata in Europa provocando la crisi del debito sovrano di molti Stati, ciò che si decise di adottare fu un sistema economico dove lo Stato doveva essere più leggero, più timido nel suo intervento: l’Unione Europea ha così scelto di tagliare drasticamente la spesa pubblica.

La spesa pubblica venne valutata in blocco, senza prestare attenzione a ciò che è da ritenersi prioritario ed essenziale per la sopravvivenza della comunità. Quella comunità senza la quale non esistono mercati.

Oggi ci ritroviamo quindi a fare i conti con i pesantissimi tagli all’Università, alla Ricerca e alla Sanità pubblica.

 

Un mondo people first

Oggi il Coronavirus ci sta mostrando quanto la spesa pubblica non sia un numero neutro da far decrescere, ma che al suo interno sono racchiuse le fondamenta del sistema democratico e la tutela dei diritti universali. La mancanza di attenzione verso i diritti di tutti mette in seria discussione la sopravvivenza stessa del mercato e la sua capacità di non farsi spezzare dagli shock.

Questa crisi non è un cigno nero. Non lo era quella del 2008 e non lo è questa. La probabilità di una pandemia mondiale era stata preannunciata dagli scienziati che non avevano dubbi sul se sarebbe arrivata ma solo sul quando.

L’atteggiamento che bisognava avere in questi anni sarebbe dovuto essere quello di tutelare la spesa pubblica relativa ai diritti essenziali dell’uomo, come la salute.

Dalla crisi dei mutui subprime abbiamo deciso di tenere l’idea per la quale la spesa pubblica (senza distinzione) fosse un freno all’economia. Probabilmente da questa crisi ne usciremo con la consapevolezza che una certa spesa pubblica è necessaria per permettere il normale svolgimento della vita stessa.

Questo quindi è il momento cruciale: quello in cui possiamo scegliere come essere comunità non appena l’emergenza sarà passata.

Come ha scritto la psicologa Francesca Morelli sulla sua pagina Facebook (ed erroneamente attribuito allo psicologo Raffaele Morelli):

<<Se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da tutto questo, credo che abbiamo tutti molto da riflettere ed impegnarci. Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto. Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo>>.

 

[1] Longo, Odonne. “Agricoltura nell’antica Grecia.” Rivista di storia dell’agricoltura 43.2 (2003): 3-21.

Condividi questo articolo

Non ci sono commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Start typing and press Enter to search

Shopping Cart